Essere o non essere se stessi



Quando ero ragazza non capivo che cosa volesse dire “essere se stessi”. Ricordo in particolare una volta in cui guardavo un programma televisivo in cui le partecipanti, interrogate su quale fosse il sogno della loro vita, rispondevano: “Essere me stessa”.

Al di là del fatto che certamente erano risposte pilotate, io ricordo che proprio non riuscivo a capire che cosa intendessero.

Certamente non avevo ancora mai riflettuto su quanto, crescendo, ci falsifichiamo rispetto alla nostra vera natura originaria. Lo facciamo per adeguarci alle aspettative dei nostri genitori, lo facciamo per timore di perdere le persone che amiamo, lo facciamo perché abbiamo paura di essere sbagliati o di non corrisponde ai modelli che ci vengono propinati e per decine di altri motivi.

Non sto parlando di mentire in modo esplicito. Sto parlando di snaturarci fino a perdere noi stessi e il più delle volte senza neanche rendercene conto. A volte "facciamo gli splendidi", nascondendo le nostri parti delicate o la nostra tristezza di fondo; a volte mentiamo per semplice "omissione", per paura del giudizio o delle critiche altrui e questo è un grave torto che facciamo non tanto agli altri quanto a noi stessi. In questo modo, infatti, sacrifichiamo parti di noi (in particolare la nostra vitalità e la nostra spontaneità), pensando che saremo più amati e quindi più felici, senza renderci conto che questa è soltanto un'illusione che continuiamo, poi, a perpetrare negli anni.


Per questo amo molto il monologo del film di Bergman che ho postato su Facebook l’altro giorno. Perché per me è un monito, un invito a essere coraggiosi e a esprimerci per come siamo.

Io voglio essere, non sembrare di essere. E voi?


P.S. Credo sia superfluo rimarcare l’utilità di un percorso di counseling per cominciare a riscoprire la propria reale autentica essenza.


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